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martedì 25 giugno 2013

The husband's salad



Le insalate non mi sono mai state troppo simpatiche, soprattutto al ristorante prima della portata principale. Con la mia proverbiale fame lupina non ho mai potuto tollerare che mi venisse servita un’insalata come antipasto…giammai. Per me l’insalata è un contorno, tenere foglioline verdi che accompagnano un po’ di sostanza....ecchediamine…


Girando per il mondo però, spesso mi è capitato di vedere proprio insalate come entrèes o come portata principale, come la famosa Caesar’s Salad che ho assaggiato in America, senza, peraltro, rimanerne molto colpita. Il nome deriva da Cesare Cardini, un emigrato italiano negli States che, facendo di necessità virtù, in mancanza di altri ingredienti, utilizzando i pochi che aveva, inventò negli anni ’20 un piatto che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Da quando ho scoperto questa storia, mi è subito sembrata più simpatica (l’insalata), anche se mangiandola non mi sono sentita una donna con il caschetto e abito charleston che fuma languida e ammiccante in una sala di qualche celebre ristorante. La mia versione della Caesar’s Salad per l’MTC proposta da Leo (l'uomo cozza) non è affatto una Caesar ma, riprende dalla celebre collega, lo spirito di quell’arte di arrangiarsi degli italiani che mi piace tanto.


Se chiedete a mio marito qual è il suo piatto preferito o cosa voglia per pranzo o cena risponderà sempre un’insalatina di mare. Quando la preparo sono consapevole che lo rendo felice ma .....deve meritarsela …. se invece mi ha fatto arrabbiare, ecco che spunta fuori una frittata che, al contrario, non sopporta. Qualche sera fa,  stavo preparando l'insalata mi dicevo che ancora non avevo idee chiare per l’MTC e poi di colpo ho pensato a quel Cesare e anch’io ho fatto come lui, ho aperto il frigo per vedere quello che avevo, ho raccolto alcuni ingredienti dal mio piccolo orticello e ho messo insieme un’insalata calda e fredda con verdura e frutta, i sapori dell’orto e del mare. Tutti soddisfatti …..e ora aspetto solo di diventare famosa come Cardini.







Non ci sono dosi precise, ho fatto a occhio.

Gamberoni
Gamberi
Totani
Sorprese (Dario chiamava così le cozze quando era piccolo)
Valeriana dell’orto
Lattughino bio
Semi misti bio
Lamponi dell’orto
Maggiorana dell’orto
Focaccia croccante
Olio
Sale
Aglio
Peperoncino
Vino bianco
Aceto balsamico


Per la focaccia fare l’impasto classico della pizza (farina, sale, lievito di birra, acqua tiepida) mescolare bene il tutto e far lievitare per due ore. Benissimo anche l’impasto con lievito madre. Quando faccio la pizza a casa solitamente mi rimane un po’ di pasta che  stendo molto fine e  ripasso con una rotella che imprime dei piccoli tagli , lo stesso che si usa per tagliare la copertura di certe crostate o torte salate. Si cuoce in forno a 220 °C per 15 minuti circa finchè risulta dorata e croccante. Una focaccia simile viene fatta nei panifici delle mie parti e è proprio da lì che ho preso spunto.

Solitamente faccio lessare gamberoni gamberi e totani ma, questa volta, ho voluto farli più saporiti perciò li ho ripassati in una pentola con olio aglio e peperoncino leggermente soffritti, sfumati con un goccio di vino bianco e cotti per 10 minuti. Li ho tenuti da parte al caldo.

Le cozze le ho cotte a parte, sempre con olio, aglio e peperoncino e poi sgusciate.

Ho lavato le insalate e le ho disposte in una ciotola. Le ho condite con olio, sale e aceto balsamico e unito due cucchiai di semi misti. Ho aggiunto gamberoni, gamberi, totani e le cozze, ho unito pezzetti focaccia croccante e ho mescolato il tutto delicatamente. Infine ho aggiunto i lamponi e alcune foglioline di maggiorana.

con questa insalata partecipo al contest dell' MTChallenge




lunedì 10 giugno 2013

"Ir porpo briao" o polpo ubriaco



Questo piatto per me è stata una assoluta novità, eppure è un piatto toscano, livornese per chi non mastica il dialetto labronico (anche se a me la ricetta l’ha regalata un pisano, mio cognato Rinaldo…shhh non ditelo a nessuno) ma ogni zona della Toscana è un po’ un luogo a sé, per caratteristiche geografiche, storia, tradizione e cucina . E’ una di quelle ricette che inserirò volentieri nel menù di casa perché è un salva tempo che, in momenti particolarmente convulsi, ti risolve la cena: metti tutti gli ingredienti insieme e, stando attenta ogni tanto, lasci che si cuocia da solo, mentre tu continui a svolgere altre attività. 


Per me è stata l’imbiancatura della casa una settimana fa, il bianchino (come lo chiamava la creatura) che ha spostato mobili, utensili, elettrodomestici facendo venire alla luce una polvere secolare da rimuovere, zone unte in cucina, calzini finiti sopra l’armadio non si sa come e molto altro ancora che non racconto .....per non insospettire i NAS e che mi ha costretta a un fine settimana stile Cenerentola, senza né scarpetta né principe azzurro. Ho pulito, sistemato, spolverato ogni singolo libro, spennellato le costruzioni di famosi mattoncini di mio figlio, (chiunque abbia intenzione di regalargliene altri si senta pure minacciato di morte), sistemato armadi, cassetti, suppellettili, pulito vetri, lavato tende e tolto le macchie di tinta che il simpatico imbianchino ha lasciato in ogni dove, come se invece di dipingere avesse diretto un’orchestra. In tutta quella confusione c’era anche da far da mangiare, salvo quando anche la cucina era fuori uso, e il polpo mi ha aiutato a non perdere tempo prezioso nella atavica lotta agli acari.

Il rapporto in questa ricetta è di mezzo litro di vino rosso per chilo di polpo perciò, ditemi voi, se poteva avere un nome diverso da questo. Il piatto può essere un secondo o un antipasto, accompagnato da pane toscano tostato e agliato (a piacere), ottimo sia caldo che freddo.


Polpo fresco 1kg e mezzo
Vino rosso (utilizzatene sempre uno di buona qualità) 750 ml
Aglio 1
Peperoncino a piacere
Alloro 3 foglie
Olio
Prezzemolo una manciata
Pane qualche fetta

Lavare e pulire il polpo e tagliarlo a pezzi non troppo grandi. Far scaldare un filo d’olio con un aglio schiacciato , tre foglie d’alloro e un peperoncino (se vi piace potete aggiungerne altri) poi buttare il polpo e far rosolare. Salare e pepare poi versare il vino e unire il prezzemolo tagliato fine. Appena prende il bollore abbassare la fiamma e far cuocere a fuoco lento per circa un’ora.  La cottura dipende da polpo perciò assaggiate per sentire se è abbastanza morbido. Nel frattempo il vino avrà perso la nota alcolica e sarà ritirato lasciando il posto ad una salsa di color rosso intenso perfetta per fare la scarpetta.
Tostare il pane, strusciarlo con l'aglio e accompagnarlo al piatto.


sabato 25 maggio 2013

Tiella riso, patate e "scoglio"




Coincidenze che vanno nella stessa direzione. ….

Durante il primo corso di fotografia che ho fatto con Laura ho conosciuto la bravissima cake designer  Patrizia Foresta. Mentre ascoltavamo attenti le parole di Laura, compare sulla porta il marito di Patrizia. Stupita, lo chiamo a voce alta <<ma tu sei Cosimo>>, lui mi guarda cercando di mettermi a fuoco e poi mi sorride…ci siamo abbracciati stile carrambata tra gli sguardi attoniti dei presenti, soprattutto della moglie. Uscivamo nello stesso gruppo di amici toscani e pugliesi molti anni prima all'Università. in seguito, come spesso succede, ci siamo persi di vista.




Gli anni dell’Università per me sono stati fondamentali , un arricchimento personale  che si è realizzato non soltanto sui libri ma, soprattutto attraverso i rapporti umani costruiti giorno per giorno . Venendo dal paesello, vissuta sempre sotto l’ala di due genitori fin troppo presenti avevo bisogno di conoscere, allargare gli orizzonti e crescere come persona e vivendo in un appartamento con altre 3 ragazze che si sono alternate negli anni,  ho imparato la convivenza, l’amicizia e  la condivisione. 

Frequentare amici che provenivano da varie parti d’Italia mi ha aperto la mente verso modi di dire, modi fare e modi di cucinare diversi dal mio. Ricordo con una certa acquolina le olive ascolane della mamma di Eleonora, le melanzane sott’olio calabresi della mamma di Giuseppe e poi le orecchiette della mamma di Fernarndo… 


Dopo aver ritrovato Cosimo , Cristian  propone come sfida all’MTC la tahieddra....ancora la Puglia e ancora la stessa direzione Il Salento, luoghi bellissimi che ho visitato in una memorabile vacanza con la mia amica d’infanzia Laura, per andare a trovare proprio Cosimo, Renzo, Ivan e tutti i nostri amici pugliesi. 

Ogni  volta è la stessa storia, la sfida mensile mi “costringe” a aprire un cassettino della memoria, a frugare in ricordi passati, sedimentati  e coperti da mille altri ..

Dopo una lunghissima notte passata in treno arrivammo a Lecce, ci aspettava Renzo per portarci a Soleto a casa sua. Era la mia prima volta al Sud e l’impatto fu forte. Chilometri e chilometri di nulla da un paese all’altro, il latifondo al posto del più consueto orto, il sole forte e accecante dell’estate  e poi quegli olivi giganteschi a perdita d’occhio, il mare cristallino, le masserie. E ancora Alberobello, Castro Marina, Gallipoli, Santa Maria di Leuca, Otranto, Lecce. Ho imparato a tuffarmi di testa dagli scogli, a risalire senza toccare i ricci di mare, ho scoperto il cavallo nel menù delle trattorie, ho mangiato il polpo fritto per la prima volta, ho scoperto che il vero nome di Renzo era Oronzo  come il patrono di Lecce e ho vissuto tutta l’ospitalità di gente semplice e meravigliosa. 
Come quando fummo invitati a cena da Fernando amico e collega del mio allora fidanzato (ora marito) e sua madre ci preparò un intero menù pugliese: numerosi antipasti, orecchiette e maccaruni, un paio di secondi e quando eravamo strapieni, arrivò in tavola una tiella tahieddra riso, patate e cozze (con le cozze sgusciate!). Non scorderò mai lo sguardo di Laura, 45 kg di energia e solarità quando, schiacciata dal peso della sua stessa pancia allargata come se fosse di 4 mesi, realizzò di dover  mangiare anche quell’ultima pietanza. Uscimmo da quella casa dopo il dolce, caffè e ammazzacaffè, con le lacrime agli occhi come i coccodrilli, avendo mangiato benissimo e tantissimo. Ogni volta che con Laura ricordiamo quella serata non possiamo non ridere a crepapelle rivivendo il momento della tiella, lo sguardo dolce della mamma di Fernando e gli occhi imploranti di Laura che chiedevano pietà.

 
Questa tiella allo scoglio è un tributo a quella vacanza e a quell'amicizia che resiste nonostante il tempo.


Riso Roma 300 gr
Patate 400 gr (circa due patate di media grandezza)
Cozze, vongole, gamberi e totani1 chilo e mezzo in totale
Cipolla 100 gr di (circa una cipolla di media grandezza)
Zucchine 300 g di (circa 3 zucchine di media grandezza)
Pomodorini datterini4  o 1 pomodoro grande
Pecorino semistagionato50 g di
Basilico qualche foglia
Olio extravergine d’oliva (possibilmente pugliese)


Pulire le cozze e le vongole a crudo.
Raschiare le cozze per pulirle, togliere le alghe e quelle incrostazioni bianche che a volte si trovano attaccate alle valve e sciacquatele bene. Togliere a ciascuna cozza il bisso, che è quella specie di barbetta che fuoriesce dalle valve sul lato dritto della cozza, tirandolo lungo la fessura verso la parte a punta della cozza, altrimenti il mollusco rischierebbe di rompersi, ma se fosse troppo duro tirarlo verso la parte rotonda.
Quindi aprire le cozze una ad una posizionandovi sopra una ciotola in modo da raccogliere l’acqua che uscirà.. Premere leggermente le due valve facendo pressione con il pollice e l’indice in maniera tale che le due valve si stacchino leggermente e infilare un coltellino dalla punta arrotondata a metà del lato dritto per aprirle raccogliendo la loro acqua nella ciotola, quindi togliere il mollusco dalle valve e conservarlo nella ciotola insieme alla sua acqua. Procedere in questo modo con tutte le altre cozze. 



Fare lo stesso con metà delle vongole. Sgusciare i gamberi e pulire e tagliare i totani in striscioline. L'altra metà delle vongole lasciarle aprire in una padella con un filo d'olio e lasciarle da parte.
  
Preriscaldare il forno a 160°.

Pulire tutte le verdure, sbucciare le patate e le cipolle, lavare zucchine e pomodori. Tagliare le patate, le zucchine e le cipolle a rondelle molto sottili, dello spessore di circa uno o due millimetri, aiutandovi con una mandolina o un robot da cucina e mescolarle tutte insieme condendole con un po’ d’olio.

Ungere il fondo della teglia con un po’ d’olio e fare uno strato con metà delle verdure.

Sciacquare velocemente il riso in una scodella piena d’acqua, scolarlo e metteterlo nella teglia sopra lo strato di verdure livellandolo bene, dovrà formare uno strato molto sottile giusto a ricoprire leggermente le verdure, perché durante la cottura gonfierà abbastanza.

Mettere sopra al riso i pomodorini tagliati a pezzettini e quindi le cozze con le vongole e tutta la loro acqua poi i gamberi e i totani.

Spolverare con metà del formaggio grattugiato e fare un altro strato  con le verdure rimaste. Se fosse necessario e l’acqua delle cozze  e vongole non fosse sufficiente (e normalmente è così), versare ancora un po’ d’acqua nella teglia, in maniera tale che arrivi proprio a filo dell’ultimo strato di verdure. Mi raccomando non mettere sale perché l’acqua delle cozze è salatissima.
 
A questo punto spolverare con il formaggio rimasto e versare ancora un po' d'olio.

Infornare la teglia e fate cuocere a 160° per un’ora, un’ora e mezza, dipende dal forno, fino a che si sarà formata una bella crosticina dorata in superficie. Eventualmente nell’ultimo quarto d’ora di cottura alzare la temperatura del forno a 200°. Appena sfornata unire le vongole tenute in caldo e qualche foglia di basilico.



Con questa ricetta partecipo all' MTC di maggio 2013


martedì 26 marzo 2013

Fideuà de Mari Carmen y salsita de aceitunas



Fideuà de Mari Carmen

Ogni volta che racconto di un luogo di vacanza mi entusiasmo talmente tanto che, potrebbe sembrare che tutti i posti, per me, siano uguali. Non è così. Un Paese dove mi sono sempre sentita a casa è la Spagna. La prima volta che sono andata è stato a Benicasim, vicino  Castellon, un'amica mi aveva prestato un appartamento, in quel periodo sfitto, e con Michele siamo partiti. Sarà stata l’accoglienza, quel parlare a voce alta, il gesticolare tipico e il ridere di gusto ma ci siamo subito sentiti i benvenuti e ci siamo talmente immedesimati nel modo di vivere spagnolo che facevamo colazione alle 13, pranzavamo alle 16 e cenavamo alle 10. In giro per locali tipici abbiamo conosciuto la paella valenciana, le tapas e la sangria. Abbiamo visto Valencia, Peniscola, Morella e al ritorno ci siamo fermati anche a Barcellona, dormendo in un infimo albergo nella città vecchia, con bagno in comune come  turisti squattrinati. 



La seconda volta sono tornata da “paziente”, con la mia diagnosi di infertilità inspiegata e il mio fardello di tentativi falliti, punture di ormoni, visite e esami… ed è stata tutta un’altra storia. Io ero a posto, mio marito anche, eppure non riuscivamo a rimanere incinti…..anni di delusioni, “torture” e speranze, racchiuse in quell’ultima possibilità. Fu il ginecologo del centro che mi seguiva a consigliarmi la clinica di Barcellona perché con il loro metodo, diceva, avrei avuto più possibilità. Mi convinsi del tutto quando ricevetti la risposta alla mia mail con richiesta di informazioni dopo due ore dalla spedizione e dall’ufficio di attenzione al paziente……Attenzione al paziente? Pensai di aver scritto su Marte, tanto ne rimasi sorpresa.


Dopo una prima visita a fine settembre, tornammo per la fecondazione in una Barcellona quasi vuota di turisti e alloggiammo in un piccolo hotel a Sarrià, con vista Tibidabo. Quando non avevamo le visite andavamo in giro per la città e ci spingemmo anche al di fuori. Lessi nella guida di un posto molto bello, non troppo lontano, e  così arrivammo a Monserrat, un giorno di gennaio, con la neve. Un luogo magico, un eremo a picco sulla valle e dal quale si potevano scorgere in lontananza i Pirenei. Dagli ex voto, capii che quello doveva essere un luogo speciale per molti catalani. E lo diventò anche per noi. Girammo per tutto il Penedes e fu spiazzante vedere tanti filari  e  quelle dolci colline a un passo dalla metropoli. Rientrammo in Italia fiduciosi e più sereni perché, comunque fosse andata, quell’esperienza era stata positiva per noi, perché nella clinica, in ogni visita, operazione o esame quello che non mi è mai mancato è stato un sorriso. Gli spagnoli sono così, ti sorridono sempre. Per la prima volta mi ero sentita una persona e non un numero o un caso.


Nove mesi dopo è nato Dario (nome che abbiamo scelto uguale nelle due lingue), non potete capire la felicità, mista a smarrimento che mi assalirono quando il ginecologo, esami alla mano, mi disse “signora, ho idea che in Spagna siano più bravi di noi perché lei è incinta” Non riuscì a dire nulla se non incrociare lo sguardo di mio marito e ringraziare il dottore poi, tutta la tensione si sciolse in lacrime…..di gioia finalmente. Ogni volta che guardo Dario non posso non provare una gratitudine immensa per quel Paese e per quella città. 



Siamo tornati altre due volte con Dario piccolino che continuava a scambiare la v con b e viceversa, esattamente come fanno gli spagnoli che parlano italiano. Siamo riusciti a vedere Messi che giocava una partita con il suo Barça così per caso, seguendo i tifosi in una sfida infrasettimanale contro il Deportivo La Coruna, a ritornare a Monserrat e , complice le ceneri del vulcano islandese che ci hanno costretto a prolungare la permanenza, seguire le orme di Dalì a Figueres e a Cadaques e a rientrare con una nave cargo, stipata come i bastimenti degli emigranti, fino al porto di Livorno.



In tutte queste visite non ho mai incontrato la fideuà, ho mangiato basco, gallego, andaluso, giapponese, fusion, ho mangiato in bar stile la Jarra de Oro (per chi legge le avventure di Petra Delicado) quintali di olive, chorizo e tortillas, ma mai la fideuà. Quando Mai l’ha proposta come sfida per l’MTC di marzo, ho dovuto “studiare” e per farlo sono andata direttamente alla fonte: l’amica Mari Carmen, nativa di Castellon (Comunità Valenciana). La fideuà è nata come surrogato della ben più famosa paella, per rimediare ad una mancanza di riso sulla nave Santa Isabel e ne è diventata a merito, il suo alter ego. Un piatto che vanta un’ode e un inno ,non poteva che essere qualcosa di straordinario perciò, carpirne i segreti di chi la cucina e l’ha sempre cucinata è stato il mio pallino per tutto il mese. 


Per Mari Carmen, spiegarmi la fideuà è stato come fare un viaggio di ritorno verso casa, verso i ricordi da bambina e quelli delle persone care che ormai non ci sono più…è diventata un fiume in piena…..inarrestabile. Mi ha raccontato di come dalla paella sia nata la fideuà ma anche come nell’entroterra la paella sia diventata il gazpacho manchego che non è il gazpacho bevido andaluso che tutti conoscono ma, un piatto a base di carne dove al posto del riso si usa un pane simile al carasau sardo. Di come un tempo, dopo la guerra, le salse fossero più del piatto stesso perché, fatte di nulla come alioli, dovevano riempire più di un piatto di pesce o di carne che non sempre erano alla portata di tutti. Oggi, mi diceva, è tutto cambiato, una paella o una fideuà costano dei soldi, il pesce di base è costoso, mentre un tempo non era affatto così. Oggi si usano mix di spezie già pronti ma il vero segreto sta nel saper dosare bene tutte le spezie. Ad un certo punto, dopo avermi fatto vedere il mortaio ceramica colorato per l’alioli ,  si è alzata ed è andata a prendere il suo quaderno delle ricette, rigorosamente scritto a mano e con le ricette numerate. Mi ha fatto vedere la versione tradizionale dicendomi che, la riuscita di un piatto non sta solo nella ricetta ma in alcuni segreti che si tramandano solo oralmente. Quando le ho confessato che avrei dovuto variare qualcosa perché questo è lo spirito della gara, mi ha guardato interrogativa, e ho capito che non avrei potuto cambiare molto senza offenderla. 





Questa fideuà è dedicata a lei che mi ha aperto la sua casa, la sua cucina e il suo quaderno di ricette di famiglia.




Le ho confessato, solo a cose fatte, che avevo realizzato una salsa diversa dall'alioli.... mi ha fatto  promettere però di non dire che gli spagnoli la mangiano con la fideuà!
Ingredienti per 6 persone:

Fideos 600 gr. (potete farli spezzando degli spaghetti, 2/3 cm)

Scampi 600 gr

Gamberoni 250

Coda di rospo 600 gr

Pomodori maturi 200 gr

Spicchi d'aglio 2

350 gr. di calamari

Pimenton dulce (paprica dolce)1 cucchiaino

Olio extra vergine 172 bicchiere

Pistilli di zafferano un pizzico

Sale

Brodo di pesce 2 lt



Brodo di pesce

Cipolla media 1

Aqua 

Sale

Pesce di roccia

(io una tracina, una gallinella, un pesce bianco o pesce nudo, uno stocco o finto merluzzo, due piccoli ghiozzi e qualche testa di gambero)



Per la salsa alle olive

Pane raffermo (la mollica) una manciata

Olio q.b.

Aceto qualche cucchiaio

Capperi dissalati una manciata

Olive verdi una manciata





Mettere il pesce per il brodo in una pentola piena d'acqua fredda (2 l.) aggiungere la cipolla, sbucciata e fatta in 4 pezzi grossolani. Si possono aggiungere anche qualche testa di gambero, per renderlo più saporito. Portare a ebollizione e togliere la schiuma che si forma sopra, cuocere per 30/40 minuti. Dopo filtrare e tenere da parte a caldo. 



Nella "paella" scaldare un filo d'olio, versarci i fideos e farli tostare il più omogeneamente possibile, devono diventare sul marroncino ma attenzione a non bruciarli troppo. Poi mettere da parte. 



Aggiungere olio alla paella e cuocerci gli scampi, salare verso la fine e mettere da parte. Conviene munirsi di un recipiente, meglio con coperchio, per preservare il pesce cotto e mantenerlo caldo. Se serve, aggiungere olio e cuocere i gamberoni, salare verso fine cottura e mettere in caldo. Passare alla coda di rospo, pulita e fatti a pezzi, salare anche questa a fine cottura e unire al resto del pesce. Fare attenzione alle diverse cotture, il pesce fresco cuoce velocemente, ma aggiungete sempre abbastanza olio, perché servirà anche per il soffritto.



Lavare e sbucciare i pomodori. Farli sbollentare qualche minuto in acqua bollente . Tagliuzzarli piccoli, piccoli. Sbucciare gli spicchi d'aglio, farli fini fini e soffriggerli nell'olio, dopo qualche secondo aggiungerci i pomodori. Aggiungere una punta di zucchero, e più avanti correggere di sale. Se è necessario, (e lo sarà) bagnare con del brodo di pesce. 

Quando il soffritto ha cambiato colore, si è ridotto e addensato, versare lo zafferano pestato nel mortaio e sciolto con un filo di brodo, amalgamare e aggiungere mezzo cucchiaino di pimenton dulce . Dopo di che va versato il brodo, sufficiente a coprire la pasta quando la andremo a buttare. Dovrete regolarvi a secondo della pentola o padella che avete a disposizione, ma meglio se questa è bassa e larga. 

Quando il brodo comincia a sobbollire buttare la pasta, disporla omogeneamente su tutta la padella. Qui vanno controllati i tempi di cottura della pasta, la mia era 11 minuti, dopo i primi 5 minuti che cuoceva la pasta ci ho aggiunto gli scampi, la coda di rospo e i gamberi, amalgamato e cotto fino ai 6 minuti restanti. Non girare troppo la fideuà, Mari Carmen dice di non mescolare mai, ma prendere la paella per i manici e muovere il contenuto con movimenti semicircolari.  Assaggiare se è giusto di sale.

 Impiattare mettendo quattro gamberoni e quattro scampi faccia a faccia (devono guardarsi, così mi ha detto Mari Carmen) e al centro un limone che, per tradizione deve sempre essere presente.





Per la salsa, bagnare la  mollica con l’aceto e lasciare che il pane lo assorba per qualche minuto. Nel frattempo tagliare finemente le olive e i capperi, precedentemente sciacquati. Aggiungere il pane ben strizzato e mescolare il tutto. Condire con l’olio.

Con questa ricetta partecipo all'MTC di marzo


La sfida di marzo